La cultura della stampa

In vista –

Fuji Film è un’azienda che non ha bisogno di presentazione. E lui anche. Perché Elio Ramponi, Manager Graphic Arts, ha dedicato tutta la sua carriera alla stampa. Oggi le sue competenze abbracciano tutto questo mercato e spaziano dalla stampa offset al digitale, al grande formato

Tra un aereo e l'altro, tra un meeting internazionale e una fiera siamo riusciti a incontrarlo. In una giornata di pioggia Elio Ramponi, Manager Graphic Arts di Fuji Film Italia, ci ha aperto una finestra su tutto il mondo della stampa. E dall'alto della sua esperienza Ramponi ne ha da raccontare su questo mondo. Fin da quel lontano luglio 1992 quando ha incontrato, appunto, Fuji Film, o meglio quello che allora era il distributore italiano della multinazionale giapponese.
“Nel '91, infatti - ci racconta Ramponi - era stata costruita, laddove c'erano fabbriche per fare carta colore e pellicole colore, la prima linea di produzione di lastre a Tilburg in Olanda, ovvero la PS6. Era quindi una necessità per l'allora distributore di assumere persone che già vantavano esperienza nel settore. Infatti, dopo il diploma in perito grafico industriale io avevo lavorato presso Pirola Editore e successivamente presso Offset Italia come Responsabile divisione del materiale di consumo”.

Che cosa l'aveva colpita all'inizio di Fuji Film?

“Il grande clima di entusiasmo che si respirava, perché tutti sapevano che Fuji era un'azienda importante a livello mondiale, che produce lastre da stampa da sempre con tecnologia e qualità. Per quanto mi riguarda avevo avuto la possibilità di crescere in Offset Italia e conoscere già molto bene il mercato, in quanto c'erano prodotti di tutti i tipi e di tutte le qualità, si vendevano inchiostri, lastre, materiali, prodotti variegati con altrettanti fornitori. Una conoscenza che avevo già cominciato ad accumulare in Pirola Editore dove ad esempio ho imparato l'imposition e tutto ciò ha creato per me una base di sapere importante e una specializzazione completa. Possiamo dire che l'unico ambito che non ho toccato nella stampa è quella che riguarda la legatoria.
Un'altra cosa che mi ha colpito e ancora oggi continuo ad apprezzare enormemente è la capacità di Fuji Film di entrare nel dettaglio del prodotto non svelando i segreti alla base della produzione. C'è una estrema efficienza e accuratezza nelle operazioni di release e nell'uscita di un prodotto, si tratta di un modo di lavorare molto preciso con tempi rigorosamente rispettati. In base a ciò quando esce un prodotto si è certi che è già un prodotto maturo, non ci sono versioni beta”.

Che cosa ha portato in Fuji Film personalmente?

“Sicuramente la conoscenza del mondo delle lastre, la conoscenza del cliente nell'ambito dei diversi mercati delle macchine a foglio, delle rotative, dei quotidiani”.

Il momento più bello e quello più brutto della sua carriera?

“Dall'83 all'86 ho lavorato per Nebiolo Commerciale che commercializzava macchine da stampa a Torino ed è proprio in questi anni che sono entrato nella vendita. Poi però l'azienda ha chiuso: ecco quello è stato un momento un po' complicato.
Il momento più bello, invece, risale al '98 quando mi hanno affidato il ruolo dell'allora mio Responsabile che andò in pensione, è stato un momento entusiasmante, di grande fermento e aspettativa per me”.

Oggi tutti parlano di eco sostenibilità. La stampa digitale lo è davvero?

“In termini di confronto non saprei esattamente se la stampa digitale è più ecologica rispetto a quella offset, bisognerebbe valutare in base a parametri rigorosi. Al di là di questo, sicuramente il futuro si muove in direzione green e ogni macchina che produciamo si basa su questo presupposto”.

Veniamo da un biennio difficile. Il peggio è davvero passato?

“Se guardo a un chiaro indicatore economico, cioè il consumo di lastre, dico che non è affatto passata la crisi. Il 2009 il fatturato delle macchine da stampa è stato del 47/48 % in meno. In realtà bisogna capire se si sono vendute meno lastre se e perché il lavoro è passato al digitale o su internet. Il digitale, lo sappiamo, ha rivoluzionato profondamente e radicalmente il mercato grazie alla capacità di realizzare un numero inferiore di tirature e personalizzazioni. Oggi ci sono piattaforme diverse per esprimere la comunicazione che sono complementari l'una all'altra. Devo poi notare un fatto tipicamente italiano: sono molte le aziende che invece che convertire il vecchio hanno creato una nuova realtà 'parallela' con le nuove tecnologie.
In ogni caso la stampa è un mondo di servizio, non è a se stante, è, quindi, profondamente legato all'andamento dell'economia”.

Fuji Film è una grande multinazionale, che cosa distingue il mercato italiano rispetto a quello straniero?

“Nel Nord Europa l'approccio al lavoro è più calcolato, scientifico, globale. Ad esempio per affrontare il problema di riduzione del costo dei prodotti si cercano soluzioni globali di sistema, in cui tutto il sistema deve costare di meno, inteso come flusso di lavoro e quindi ci si adopera per una ottimizzazione del lavoro, per avere una capacità produttiva migliore e quindi più marginalità. In Italia spesso tutto ciò manca e la soluzione adottata è sempre quella di tagliare sul prezzo del prodotto finale, tagliando così però anche i margini. È un approccio culturale sbagliato”.

Se potesse che cosa cambierebbe di questo mercato?

“Questo mercato ha bisogno di crescere ancora in conoscenza. A partire dalle scuole che rimangono indietro rispetto alla tecnologia che ogni giorno avanza. C'è bisogno di una cultura seria e di istruzione, mentre la scuola non fornisce basi sufficienti per entrare adeguatamente nel mondo del lavoro”.

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