La gaia tecnologia

La chiamata arriva nell’estate azzurra della Sardegna. Una chiamata importante. Una di quelle che cambiano la vita. E Jean Marie Minnelli dal gennaio 2006 dirige Canon Italia

Sul suo comodino trovate l'ipad, ma il viaggio di lavoro che non può dimenticare resta la visita alle fabbriche dell'Estremo Oriente. Così, tra l'interesse per la più sofisticata tecnologia e una pragmatica concretezza, Jean Marie Minnelli guida la filiale italiana di una delle più note multinazionali al mondo.


Partiamo parlando un po' di lei. Ci racconta come è approdato in Canon?


“Sono arrivato in Italia con la mia famiglia nel gennaio 2006. Più che l'arrivo, mi ricordo con un particolare piacere l'annuncio da parte di Canon Europa della mia nomina in Italia. Ero in vacanza in Sardegna ed era l'estate 2005”.

Che cosa l'aveva colpita all'inizio di Canon Italia?

“In Italia, sono stato colpito inizialmente del peso 'storico' dell'azienda Canon sul mercato dell'office e delle Graphic Arts, con tutti i vantaggi e gli svantaggi che esso può avere”.

Che cosa ha portato in Canon?

“In generale: concentrazione sugli obiettivi, rispetto dei tempi e trasparenza. Per l'area del business imaging credo di avere portato una nuova impostazione sulle soluzioni e non solo sulla vendita dell'hardware”.

Quali sono i momenti belli e quelli brutto del suo lavoro?

“Il più bello: ogni mese quando raggiungiamo i nostri obiettivi di crescita e profitto.
Per me, non esistono momenti brutti; ci sono solo momenti di difficoltà che devono poi rafforzare un carattere, un approccio, una carriera”.

Dall'inchiesta commissionata da Canon a Frank Romano dell'università di Rochester emerge la convergenza tra le applicazioni fotografiche e le arti grafiche. Che cosa significa concretamente per gli stampatori? E che cosa per il settore della fotografia?

“La convergenza si è attuata nel tempo e su più livelli. Diciamo subito che il flusso di stampa tradizionale ha visto ridursi l'importanza di un interprete prima fondamentale: il fotolitista. A lui era delegata la raccolta del materiale 'di comunicazione' (testi, foto), dai quali generava le lastre per l'offset. La pre-stampa (questo era il ruolo della fotolito) si è ridistribuita tra il fotografo e lo stampatore. Il primo oggi è chiamato a produrre un file stampabile, con anche le caratteristiche richieste: magari corredando il tutto con una prova colore, facilmente ottenibile con una stampante 'largo formato' tipo plotter; allo stampatore è richiesta una competenza fotografica maggiore, una flessibilità nei flussi di lavoro, e una modifica delle tipologie produttive. Il digitale ha accelerato i tempi: le richieste di stampati sono più frequenti, a tirature ridotte. Ecco che il digitale si è affiancato alla stampa tradizionale, con applicativi (software di workflow) in grado di pilotare entrambi i sistemi. Le nuove tecnologie sono diventate la scommessa strategica dello stampatore: perché lì potrà recuperare velocità e flessibilità, abbattendo anche i costi. Del resto, parallelamente alla convergenza fotografica - stampa, è venuta a modificarsi anche la domanda indirizzata ai centri stampa: oggi più verticalizzata sulla comunicazione 'short run', specifica per target, e anche personalizzata. Il digitale può farvi fronte”.

Sempre l'indagine conferma una crescita della cartellonistica. Secondo lei questa crescita riguarda la cartellonistica classica del 6X3 o altre forme di comunicazione (grandissimo formato, wrapping car, totem, ecc…)?

“Pensare in grande è un po' una tendenza di oggi. La risposta comunque va spaccata in due: da un lato ci sono esigenze comunicative (premianti nel senso del grande formato); da un altro, ragioni tecnologiche. L'evoluzione delle stampanti ha portato a prediligere il 'grande'. Oggi abbiamo più qualità trasferibile (in input) e tutti i mezzi per tradurla su supporto: il che vuol dire nuovi mercati e ulteriori opportunità di business per lo stampatore. Circa i flussi di stampa poi, anche il large format potrà essere integrato nei processi di digital printing, tramite gli applicativi che lo contraddistinguono. C'è quindi un output che si aggiunge a una piattaforma preesistente: questo vuol dire ulteriore efficienza e flessibilità”.

Come procede l'integrazione con Océ?

“Siamo all'inizio di una fase di grande cooperazione, tutti convinti della straordinaria complementarità dei nostri business e forze sul mercato”.

Oggi tutti parlano di eco sostenibilità. Ma la stampa digitale lo è davvero? Come si muove Canon in proposito?

“La stampa digitale è eco sostenibile per definizione: nel senso che esercita un basso impatto ambientale. Mancano chimica, lastre, inchiostri. Canon aggiunge al tutto i contenuti della propria filosofia, riducendo l'impatto ambientale in tutte le fasi che portano alla stampante e all'interno di questa. Già su un piano produttivo vengono scelti materiali riciclabili, arrivando perfino alla bio-plastica; ma anche a livello distributivo non vengono lesinate attenzioni. Le varie sedi nel mondo sono unificate da una certificazione di gruppo e tutte possiedono obiettivi per la riduzione dell'emissione di CO2.
Non basta. Le periferiche Canon (tutte, non solo quelle deputate alla produzione) vantano un basso consumo energetico: il che si traduce in sostenibilità ambientale”.

Gli stampatori hanno bisogno di versatilità. Come risponde Canon a questa esigenza?

“Con il prodotto, ma anche con gli applicativi. Prima facevamo dei riferimenti a come si sia raggiunta un'integrazione tra offset e digitale: anche questa è flessibilità. Non solo, le apparecchiature per la produzione Canon possiedono molte possibilità di finitura in linea: questo dovrebbe consentire allo stampatore di affrontare le molteplici esigenze del proprio cliente.
Potremo andare oltre: aggiungendo RIP, strumenti di gestione del colore, varietà dei media utilizzabili; ma è l'applicativo a vincere, la soluzione. Sono i software di workflow Canon a garantire la flessibilità e profittabilità, andando anche incontro alle richieste di print on demand con interfacce utente personalizzabili, migliorando così i servizi”.

Veniamo da un biennio difficile. Secondo lei quali sono le armi di uno stampatore per combattere la crisi?

“Le armi anticrisi sono tante e variegate: alcune agiscono sulla strategia, altre sulla tecnologia. Per lo stampatore è essenziale produrre valore e profitto. La stretta dei prezzi sul tradizionale dovrebbe indurre molti all'innovazione: il che vuol dire digitale, grandi formati, attenzione alle piccole tirature, un occhio al web e alle competenze interne. Il mercato non è più il proprio distretto produttivo, ma si è allargato di molto (complici anche le reti e i server). Gli applicativi di workflow potrebbero aumentare l'efficienza, aprendo anche una finestra sulla rete. Le interfacce web, opportunamente personalizzate, sono strumenti altamente fidelizzanti e garantiscono la cura del proprio cliente”.

Il mercato italiano in rapporto a quello straniero? Di che cosa ha bisogno?

“Il mercato della stampa, qui in Italia, ha una dimensione maggiormente familiare. Nulla di male, per carità: in passato questo ha costituito un fattore di successo, soprattutto nei termini della flessibilità. Le nuove tecnologie e i recenti mutamenti di mercato hanno creato una discontinuità culturale, che deve essere colmata a breve. Nei centri stampa deve vincere una cultura industriale: alla ricerca di efficienza e ottimizzazione dei processi”.

Se potesse che cosa cambierebbe di questo mercato?

“Il mercato non può essere cambiato con la bacchetta magica: la situazione attuale è figlia della storia, che di fatto non si può cancellare. Porterei dei correttivi, ecco tutto, dei cambi di rotta: a iniziare dagli investimenti. Guarderei al digitale (e al web) con maggiore decisione. La convergenza di cui parlavamo prima ha portato a una competizione più serrata, coinvolgendo peraltro figure diverse. Già l'integrazione tecnologica può venire in aiuto: con un'offerta che si allarga verso i grandi formati, la stampa tradizionale, le piccole tirature digitali”.

Facciamo scherzosamente il gioco della torre. Che cosa chiede di più oggi il mercato.
Tecnologia o creatività?

“Tecnologia, in quanto permette una maggiore creatività e flessibilità”.


Qualità o quantità?


“Con la qualità dovrebbe anche arrivare la quantità”.


Green o tradizionale?


“Il futuro DEVE essere green”.

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