La gioia di cambiare

Strategie –

Innovazione: è questa la parola d’ordine per continuare a essere competitivi in un presente e in un futuro in continua trasformazione. Mario Picchio, Ceo di Roland DG Mid Europe, spiega come affrontare con successo i cambiamenti

Si fa presto a dire “innovazione”. Se poi ci aggiungiamo “con grinta”, significa perseguirla con una determinazione davvero speciale. Significa in breve sapere affrontare il cambiamento con una strategia aziendale capace di abbattere con piena consapevolezza lo status quo.
La sfida è grande, ammettiamolo, ma non per questo improba. Soprattutto se alcune indicazioni di massima su come e perché cominciare a percorrere la strada dell’innovazione sono fornite da Mario Picchio, Ceo di Roland DG Mid Europe, protagonista del seminario Viscom “Innovare con grinta”.

Signor Picchio, perché proprio oggi sarebbe necessario cambiare, considerato che si tratta di una scelta che obbliga a rimettersi in gioco e a ripensarsi? Per la crisi?
“Sinceramente, non si tratta nemmeno più di un discorso legato alla crisi. È la prima cosa a cui si può pensare, senza dubbio. Però, parliamoci chiaro: la crisi cominciata nel 2008 è stata causata dal collasso del sistema creditizio e ipotecario statunitense. Oggi siamo di fronte a qualcosa di diverso e di più profondo, ovvero a una vera e propria rivoluzione che sta introducendo un nuovo paradigma sociale. Qualche esempio? Il posto al mondo dove si parla più inglese presto sarà la Cina, il 25% della popolazione dell’India con il quoziente di intelligenza più alto è maggiore dell’intera popolazione degli Stati Uniti. In altra parole, l’India ha più bambini dotati di quanti sono i bambini americani. Un altro esempio: i lavori più richiesti nel 2010, nel 2004 neppure esistevano. In pratica, stiamo preparando degli studenti per lavori che ancora non esistono e che useranno tecnologie che ancora non state inventate. Internet a sua volta sta rivoluzionando persino la vita quotidiana delle persone: ad esempio, nell’ultimo anno in Usa su otto coppie sposate, una si è conosciuta online. Su MySpace ci sono oltre 200 milioni di utenti registrati. Se MySpace fosse una nazione, sarebbe la quinta maggiore del mondo. Con la crescita in modo esponenziale di internet, si sono abbattuti incredibilmente i tempi per raggiungere vaste platee di utenti e di consumatori. È persino aumentato il numero di parole che utilizziamo nel linguaggio di tutti i giorni. Gli inglesi utilizzano il quintuplo dei vocaboli utilizzati ai tempi di Shakespeare. Disponiamo di una quantità incredibile di conoscenze e informazioni che cresce in modo inarrestabile. Ecco perché nel 2013 sarà persino costruito un supercomputer che supererà le capacità computazionali del cervello umano”.

Cosa significano tutte queste cose per un’azienda?

“Significano che anche dopo la crisi le cose non torneranno mai più come prima. Ecco perché ho parlato di rivoluzione e di cambiamento di paradigma sociale. Tradotto, vuol dire che bisogna essere capaci di portare avanti il nostro business nelle condizioni attuali, che sono profondamente diverse dal passato. La novità, che possiamo dedurre da tutti quegli elementi che ho evidenziato, non è il cambiamento in sé, ma la sua accelerazione negli ultimi 15 anni, un lasso di tempo nel corso del quale siamo passati dal capitalismo individuale al capitalismo culturale, al cosiddetto mondo del Web 2.0 dove tutti comunicano con tutti e dove il potere di decisione è passato dalle aziende al consumatore”.

Concretamente, tale passaggio del potere di decisione al consumatore, per un’azienda cosa significa?

“Significa che un’azienda deve fare un’analisi dei propri valori e processi. Per quanto concerne il primo aspetto, i valori, si tratta di comprendere fino a che punto siamo allineati ai sogni dei clienti e qual è il clima all’interno della nostra azienda per essere in grado di esaudirli. Per quanto riguarda invece i processi, si tratta di comprendere quanto sia buona la nostra organizzazione aziendale e la nostra capacità di sviluppo dei prodotti”.

Da dove partire per farsi un quadro fedele del proprio posizionamento aziendale rispetto alla capacità di innovazione?

“Esiste un test dell’innovatore, che altro non sarebbe che una griglia di domande sul proprio approccio con gli altri e sulle proprie capacità osservative. Si tratta insomma di comprendere, quando ci relazioniamo con un’altra persona, fino a che punto siamo capaci di interessarci a lei, a quello che ci racconta, chiedendo maggiori dettagli, mettendo magari in discussione l’indiscutibile, rimuovendo vincoli o imponendoli. Insomma, si tratta di capire se abbiamo un atteggiamento attivo e propositivo, anziché passivo e indifferente. Al tempo stesso, dobbiamo
chiederci quante volte abbiamo partecipato o prendiamo parte a eventi e convegni dove si incontrano artisti, scienziati, pensatori, accademici, politici: si tratta di fondamentali momenti di incontro e di opportunità per ampliare le nostre conoscenze intellettuali e culturali legate ai temi del cambiamento e dell’innovazione. Ci dovremmo anche chiedere se, riflettendo un momento, siamo in grado di pensare almeno tre nomi di persone creative. Bisogna comprendere anche quanto siamo in grado di ricercare i dettagli nei clienti, fornitori, prodotti, servizi. Chiedersi perché costoro si comportano in un modo e non in un altro. Dobbiamo comprendere fino a che punto siamo disposti a sperimentare, se di fronte a un insuccesso nostro o di un nostro collaboratore siamo capaci di cogliere insegnamenti per il futuro oppure ci abbattiamo, ci arrabbiamo e alla fine non riproviamo nemmeno più. Bisogna studiare anche la nostra capacità di effettuare associazioni, se siamo in grado di collegare in modo originale cose a tutta prima tra loro lontanissime”.

Si tratta di un gran bell’esercizio…

“In effetti si tratta di un vero e proprio esercizio, che andrebbe effettuato in modo costante. Infatti, uno studio statunitense su degli imprenditori che si sono segnalati come degli innovatori ha rivelato che la loro predisposizione al nuovo si basa per un terzo sul codice genetico e per due terzi sull’esercizio. Quindi, per riuscire ad abbattere lo status quo è possibile esercitarsi e ancora esercitarsi. L’ideale sarebbe dedicare tra i 15 e i 30 minuti al giorno per scrivere come mettere in discussione lo status quo. Oppure, per entrare nella testa del proprio cliente, per capire davvero quali sono le sue aspettative, è possibile cominciare dedicando un’intera giornata a studiare i problemi che i nostri primi cinque clienti stanno cercando di risolvere. Con l’esercizio si può imparare a essere innovativi e persino ad anticipare il cambiamento”.

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