Molti clienti, pochi rischi

Strategie –

Trovatosi a lavorare per tanti piccoli clienti senza poter più contare sui grossi ordinativi, Tampo Star è riuscita a riorganizzare la propria attività riducendo i rischi dovuti al calo della domanda

Tanti clienti, anche se più piccoli, offrono maggiori garanzie di pochi ordini ma di grandi dimensioni. Trovatosi in questa situazione più per fattori esterni alla propria volontà che per manifesta volontà, oggi Tampo Star fa dell'elevata frammentazione della clientela un punto di forza, anche più forte dei cicli economici, come racconta il Titolare Ettore Toneatto.

Signor Toneatto, quando ha iniziato a occuparsi di serigrafia e tampografia?

“Sono nel settore ormai da 25 anni. In precedenza, lavoravo in una delle prime ditte italiane a costruire macchine a tampone. Sono rimasto da loro per 15 anni, occupandomi di assistenza. Però ero sempre più spesso fuori di casa e alla fine, anche per via del matrimonio, la situazione iniziava a diventare troppo impegnativa. Così, conoscendo un po' di clienti, imparando meglio il lavoro, mi è stato proposto di acquistare una macchina e io ho accettato. All'inizio, lavoravo in un garage di un paese vicino a dove ho la sede ora, poi piano piano ho acquistato altre macchine e sono cresciuto”.

Rispetto a un anno fa è cambiato il modo di programmare l'attività?

“Il punto delicato è che alla sera quando tiriamo le somme ci troviamo davanti lavoro per 10-15 giorni al massimo. Poi, magari in quel periodo arriva altro lavoro per i successivi 15 giorni e via dicendo. Oramai si vive così. I grandi ordini sono sempre di meno e si lavora sempre più con contratti a breve termine e in tempi più veloci. In particolare, la tampografia è l'ultima lavorazione nel ciclo di produzione e quando il materiale arriva da noi si sono accumulati tutti i ritardi, per cui ci ritroviamo regolarmente con l'acqua alla gola e ci chiedono tutto in pochi giorni. Oggi, chi riesce a lavorare bene e non soffrire la crisi è chi può offrire questo tipo di servizio. Nel 2009 abbiamo accusato un calo dei volumi per quasi tutto l'anno. Ho circa 150 clienti e la mia fortuna è che sono quasi tutti piccoli. A parte un paio, sono tutti sullo stesso standard. Fino a qualche anno fa avevo clienti che mi riempivano il magazzino. Oggi invece portano solo i pezzi al momento di stampare, non ci sono più gli stessi volumi. Da settembre qualcosa si è mosso. C'è un po' più di movimento ma siamo ancora lontani dai livelli degli anni precedenti”.

In quali settori operate?

“Come accade spesso in tampografia, molto sul promozionale. Ricordo che nel 2007 avevo il retro pieno i bancali di penne, accendini, agende matite. Avevo metà capannone pieno di queste cose. Oggi invece ho un bancale con poche scatole per cliente. Credo che il promozionale sia una delle prime spese a essere tagliata. Facciamo esclusivamente lavorazione per conto terzi a parte qualche piccolo lavoro. In prevalenza si opera ancora nel promozionale e l'articolo tecnico, ma più in generale qualsiasi tipo di lavorazione. Una volta, avevamo tanti clienti nel settore utensileria e meccanica, quelli ad aver accusato un calo maggiore. Per esempio, per una ditta di Rapallo che produce asciugacapelli, ricevo le scocche prodotte qua vicino, le stampo e poi le invio a loro. Facciamo anche qualche pezzo finito, ma l'80% sono particolari di oggetti montati successivamente”.

Come sono distribuiti i clienti per dimensione?

“A parte una grossa azienda che produce fascette stringitubo e articoli del genere, gli altri sono quasi tutti piccoli clienti, ma messi insieme alla fine del mese producono il fatturato. In questo momento va anche bene. Il piccolo cliente a fine mese può avere al massimo tremila euro di lavorazione. Se decide di non pagare, perdo pochi giorni di manodopera e ho un danno contenuto. Mentre quando lavoro per le grosse aziende, se decide di non pagare, io vado in crisi”.

Alla differenza di prezzo delle produzioni estere, corrisponde anche una differenza di qualità?

“Qualche anno fa si poteva prendere in mano un prodotto stampato in Italia e uno in Cina e riconoscerli a occhi chiusi. Oggi la situazione comincia a cambiare; arrivano prodotti stampati bene. Più di una volta ci siamo trovati però a rimediare errori di altri. A malincuore, ma abbiamo fatto anche questo. Non è sempre un lavoro facile. Spesso bisogna pulire tutti i pezzi uno a uno con il diluente”.

Quanti macchinari utilizzate?
“Abbiamo otto macchine da tampografia, una da stampa a caldo e una piccola serigrafica manuale. Cambiano dalla più piccola a un colore all'automatica a cinque colori. Le prime macchine che avevo preso si differenziavano da quelle nuove per l'elettronica, ma una volta messe in produzione, i ricavi sono gli stessi. L'elettronica a livello di ciclo continuo non porta vantaggi tangibili, perché alla fine la velocità è quella. Se però devo fare una linea di carico, scarico, fiammatura e tutto, quella elettronica ha più possibilità di combinare le funzioni. A livello di produzione però, in tampografia secondo me la vecchia macchina meccanica va ancora bene”.

C'è stato comunque un passaggio importante a livello di tecnologia?

“Un passo fondamentale è stato il passaggio dai calamai aperti, con vapori di diluenti nell'aria al bicchiere ermetico attuale, facendo in modo che l'inchiostro rimanga dentro, senza vapori. Inoltre, l'inchiostro dura di più, si sporca di meno e la lavorazione viene meglio. Per tutto il resto, può cambiare la tastiera digitale per impostare la velocità, ma per il resto credo siano più che altro fattori estetici”.

A quali criteri vi affidate per la scelta degli inchiostri?
“Bene o male sono le solite quattro-cinque marche. Ormai hanno raggiunto un buono standard di perfezione, anche se in questo caso, qualche novità c'è, come per esempio la stampa UV. La scelta dell'inchiostro dipende dal materiale su cui stampare. Per una penna o un pvc va bene un inchiostro normale monocomponente. Se però devo stampare sul termoindurente, metallo, o peggio ancora su vetro e ceramica, servono inchiostri bicomponente da scaldare a forno. Addirittura su polietilene o polipropilene vanno pretrattati prima della stampa. Senza la fiamma tura non si avrebbe la tenuta necessaria”.

E per quanto riguarda i tamponi?

“La tampografia è il connubio tra l'incisione del cliché e la fluidità dell'inchiostro. I tamponi sono in siliconi ormai arrivati alla perfezione. Una volta c'era quello più grasso, quello che prendeva meglio l'inchiostro. Era una cosa più empirica dove bisognava trovare la formula perfetta. Oggi invece quando si ha l'incisione giusta e l'inchiostro diluito nella misura giusta, con un tampone adeguato non ci sono problemi. Ricordo che una volta bastava una giornata di vento per vedere partire fili, scosse elettrostatiche e bisognava intervenire in modo empirico con gli additivi”.

In che misura riuscite e recuperare gli inchiostri non utilizzati?

“L'inchiostro monocomponente si toglie dalla macchina, lo filtriamo a parte e si può riutilizzare senza problemi. Il bicomponente invece è diverso. Con i bicchieri aperti a fine giornata bisognava togliere tutto e pulire, oggi invece possono durare anche un paio di giorni”.

Come vede la tampografia tra dieci anni?

“Credo comunque abbia un futuro. Ha la fortuna di una lavorazione che risolve i problemi della serigrafia che stampa in piano o su cilindri ma sempre su superfici piane. Invece con la tampografia posso andare a stampare in un incavo, in una scala. Credo sia la fortuna della tampografia, anche perché non vedo alternative, a parte forse le pellicole. Sono però lavorazioni costose e senza la perfezione della tampografia. Al momento credo sia la tecnica di stampa con la migliore qualità”.

Di cosa sente la mancanza per lavorare con maggiore tranquillità?

“Avremmo bisogno di lavori più in lunga serie, ma ormai li mettono direttamente in linea con le macchine che stampano direttamente le plastiche. Anche per ridurre i trasporti con costi sempre maggiori. Ormai il magazzino lo faccio solo per pochi clienti, da 30-40 in origine. Oggi sono ridotti a tre. È anche vero che è meno responsabilità per me, ma oggi che non c'è più se quel periodo tornasse non mi dispiacerebbe”.

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