Tutti insieme dietro lo schermo

digital signage –

Il desiderio di affermare le nuove opportunità di comunicazione del digital signage porta i protagonisti del settore a collaborare all’interno di AssoDS per un’offerta inappuntabile

Investire in un settore nel quale si aprono nuove prospettive può portare rapidamente a vantaggi sia in termini di competitività sia in termini di guadagni. D’altra parte, se l’investimento non è più che oculato e con il supporto di adeguate competenze, il rischio di perdite è altrettanto elevato. In situazioni di questo tipo, prima ancora di guardare alle altre aziende impegnate nello stesso campo come potenziali concorrenti, per l’interesse di tutti possono rivelarsi importante lo scambio di idee e la condivisione delle competenze utili a mettere a fuoco prospettive, problematiche e strategie.
Quando iniziative di questo genere prendono piede, lo sbocco naturale è un’associazione di categoria e il mondo del digital signage non ha fatto eccezione, formalizzando l’accordo in AssoDS, organizzazione giovane, ma già capace di richiamare un buon numero di addetti ai lavori e produrre i primi risultati.
Come racconta il Presidente Giuseppe Andrianò, Fondatore e Titolare di Think and Make it, resi ancora più importanti dal carattere praticamente di volontariato, sostenuta cioè direttamente dai soci soprattutto con il proprio prezioso tempo.

Signor Andrianò, come è nata AssoDS?
“Tutto è iniziato il 29 Maggio del 2009, con la nascita su Linkedin del gruppo AssoDS, da me gestito e curato, dopo aver a sua volta creato, sempre sullo stesso social network, il gruppo Digital Signage. L’idea era già di creare un’Associazione di settore per tutte le figure professionali coinvolte nella filiera del digital signage e del marketing di prossimità. Il 10 ottobre dell’anno successivo si è tenuto il primo DS DAY, con la partecipazione di quelli che saranno poi i primi associati (fondatori) e con l’interesse di moltissimi altri operatori.
AssoDS nasce ufficialmente il 22 ottobre successivo, in occasione della principale fiera di settore ovvero VisCom Italia 2010, negli spazi gentilmente offerti dall’organizzazione fieristica, dove poi si tiene anche la prima assemblea di definizione obiettivi. Il 22 dicembre dello stesso anno si è tenuta la prima assemblea annuale e la votazione del consiglio direttivo”.

Attualmente, com’è la situazione?
“Abbiamo raggiunto la cifra di una settantina di iscritti. L’obiettivo che ci eravamo prefissati era toccare quota cento, ma dobbiamo essere comunque soddisfatti, perché in questi anni il mercato ha avuto una flessione. Non dobbiamo inoltre dimenticare come in Italia il problema di creare un’Associazione sia spesso quello delle quote. Nel nostro caso, ci limitiamo a chiedere lo stretto indispensabile e proseguiamo l’attività senza risorse dedicate, ma usando parte del tempo che rubiamo alle nostre aziende”.

Quali obiettivi perseguite?
“L’idea iniziale era uniformare le istanze, creare una cultura professionale in un mondo dove chiunque proveniente dal mondo dell’elettronica o dell’informatica credeva di poter entrare senza difficoltà. Non a caso nel digital signage, la mortalità infantile delle aziende è risultata molto elevata, ma chi riesce a resistere e supera i due anni, dopo riesce a fare il salto di qualità”.

Come giudica il momento che sta attraversando il digital signage?
“Nel complesso, vedo un solo settore del quale si possa dire che sta avendo successo, nel senso che le vendite vanno bene e si sono già recuperati gli investimenti. Parlo dell’area relativa alla comunicazione nel mondo dei trasporti, in generale tutto quello collegato al movimento della persona, siano in metropolitana, in treno o negli aeroporti. È in questo ambito che troviamo le installazioni più estese finora realizzate in Italia, ed è una tendenza che si riflette anche nel resto dell’Europa”.

Possiamo quindi considerare l’Italia un settore all’avanguardia?

“Nel contesto europeo, o almeno una parte di esso, sì. Se guardiamo alla Germania, è un mercato molto vicino al nostro, mentre la Gran Bretagna dal punto di vista dell’innovazione, come una sorta di propaggine degli Usa, parte un po’ prima. Se guardiamo invece al livello di maturità, il riferimento è la Corea del Sud, grazie anche una nazione dove la connettività è ampiamente disponibile e in qualità elevata, favorendo quindi la diffusione dei servizi”.

Come vede invece l’Italia da questo punto di vista?
“Da noi la connettività è un limite per tante situazione e il digital divide è ancora una realtà. Le reti sono molto estese ma non ancora strutturate per sopportare il peso del trasporti di dati pesanti per fare streaming di alta qualità. In genere, i contenuti vengono preparati di giorno e trasmessi durante la notte, quello che definiamo store and forward”.

Nel complesso, come giudica lo stato di salute del settore?
“Dal rapporto di Assocomunicazione, emerge un tasso di crescita intorno al 12-15%. Gli investimenti si ripagano meglio in quei luoghi dove si entra nella logica di servizio più che di pubblicità, come per esempio sta facendo H3G con l’installazione di centinaia di display nei negozi”.

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